Parità di genere: una questione di cultura
di Gabriele Pedrina
Comitato guida per la Parità di genere
Può apparire strano che una cooperativa composta al 95% da donne si impegni per acquisire una certificazione che attesti il suo impegno per la Parità di genere. “Che bisogno c’è?” qualcuno potrebbe chiedersi restando fermo alle origini di un movimento storico che si opponeva alla marginalizzazione delle donne nel mondo del lavoro.
In realtà le ragioni sono forti e si radicano sulla necessità di promuovere una cultura del riconoscimento e del rispetto, di smontare preconcetti che si annidano non solo nelle menti di chi se ne approfitta, ma anche di chi li subisce. Una cultura che coinvolge soci e lavoratori della nostra cooperativa e, attraverso l’atteggiamento e la postura che essi assumono nella loro vita professionale e personale, tutto il territorio che ci circonda a partire dai bambini, passando per le famiglie, fino a raggiungere comunità e istituzioni.
Certificare la parità di genere è, prima di tutto, garantire parità di trattamento e di opportunità dal punto di vista economico e di progressione della carriera. I pregiudizi connessi al genere non si combattono rinunciando alle valutazioni e livellando i riconoscimenti, bensì valorizzando ogni persona per l'impegno e la disponibilità al coinvolgimento che offre, e non certo perché uomo o donna. Al contempo la parità non la si raggiunge garantendo quote all’interno dei ruoli di coordinamento o di governance. Ciò che conta è che ognuno, a prescindere dal genere, sia valorizzato per quello che può dare, al meglio delle sue competenze, in risposta alle esigenze della cooperativa.
L’altro elemento decisivo per la certificazione sono gli strumenti messi in atto per proteggere le persone da comportamenti inappropriati, se non lesivi, connessi alla sfera personale. Uso questo termine generico perché la nostra attenzione non si ferma alla dimensione sessuale o del genere, ma a si allarga a tutto ciò che appartiene all’identità delle persone e che potrebbe essere usato come motivo di svalutazioni se non maltrattamenti. L’impegno, quindi, è promuovere un rigore severo nei propri atteggiamenti, nelle conversazioni e nei comportamenti quotidiani all’interno del contesto lavorativo, affinché il rispetto sia assoluto e non si ceda ad autogiustificarsi considerando “leggere” parole e azioni che ai destinatari possono risultare pesanti.
Infine, mi piace ricordare quanto ci diceva Mariangela Minati, all’epoca della prima certificazione presidente di Pro.Ges. Trento: “Io sarei più per la Diversità di genere. La parità inizia quando accettiamo che si può essere diversi”. Un’osservazione acuta che ci ha orientato a concentrarci su quelle diversità che comportano esigenze diverse (pensiamo a tutto ciò che è connesso al tema della maternità o della paternità), ma che offrono anche competenze e sensibilità differenti, sguardi complementari e approcci che possono integrarsi in un percorso di crescita condiviso.
Il nostro luogo di lavoro può essere un contesto straordinario dove tutto questo accade. Un ambiente che la certificazione garantisce essere “protetto” e curato, dove ognuno ci sta dentro comodo e sicuro per quello che si sente di essere e proprio per questo nelle condizioni più favorevoli per dare il meglio di sé.
Ne guadagneremmo tutti, come individui, cooperativa e comunità.
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