Inclusione come postura educativa: una responsabilità condivisa
di Elena Roner
Parlare oggi di inclusione nei servizi per la prima infanzia significa andare oltre una definizione tecnica o normativa. Inclusione non è un “ambito” dell’educazione, ma una postura pedagogica che attraversa ogni scelta quotidiana. Secondo la prospettiva di Lascioli1, l’inclusività non riguarda solo la risposta a bisogni educativi specifici, ma si fonda sull’idea che ogni contesto educativo debba essere pensato per tutti e per ciascuno, nella convinzione che le differenze non siano un ostacolo da compensare, bensì una risorsa che arricchisce l’esperienza educativa.
Un nido inclusivo è un luogo che non si limita ad “accogliere”, ma che si trasforma continuamente per permettere a ogni bambino di trovare il proprio modo di stare, esplorare, comunicare e crescere. In questa prospettiva, l’inclusione è prima di tutto possibilità educativa. Possibilità di partecipare, di essere visti, di essere riconosciuti nei propri tempi, nei propri stili, nei propri linguaggi.
Come ci ricorda Loris Malaguzzi 2 (riferimento bibliografico), infatti, i bambini sono portatori di cento linguaggi, e il compito dell’adulto non è selezionarne alcuni come più validi di altri, ma creare contesti in cui questi linguaggi possano emergere, intrecciarsi, trovare ascolto. L’inclusione passa quindi attraverso un’idea di bambino competente, attivo, capace di costruire significati.
L’inclusione si traduce anche in scelte concrete di progettazione educativa. Gli spazi dei nidi possono diventare luoghi generativi se pensati come ambienti flessibili, aperti a usi molteplici, capaci di adattarsi ai bisogni emergenti dei bambini. La selezione dei materiali – destrutturati, naturali, sensoriali, simbolici – non risponde solo a criteri estetici o funzionali, ma alla possibilità di offrire esperienze accessibili, modificabili, interpretabili in modi diversi. In questo senso, il materiale diventa uno strumento inclusivo perché non impone un unico significato, ma lascia spazio all’iniziativa del bambino e alla costruzione personale di senso.
Inclusione significa anche interculturalità, ovvero riconoscere e valorizzare le diverse storie, lingue, abitudini e visioni del mondo che abitano i servizi educativi. È uno sguardo che evita semplificazioni e stereotipi e che si apre alla complessità come valore educativo. La relazione con le famiglie, in questo, viene intesa come alleanza educativa, come la condivisione autentica di sguardi, domande, fatiche e possibilità, riconoscendo i genitori come portatori di saperi insostituibili sui propri figli.
Infine, l’inclusione chiama in causa il territorio. Un servizio per la prima infanzia, infatti, non è un’isola, ma parte di una rete di relazioni che comprende anche altri servizi educativi, sanitari, culturali e sociali. Costruire progettazioni inclusive significa dialogare con il territorio, attivare collaborazioni, creare continuità e opportunità che vadano oltre il singolo contesto, sostenendo le famiglie e i bambini in una comunità educante più ampia. L’inclusione non è una risposta da applicare, ma una domanda da tenere aperta che ci invita a interrogarci costantemente su chi resta ai margini, su quali voci non stiamo ascoltando, su quali possibilità possiamo ancora creare.
Riferimenti bibliografici
1 Lascioli il libro di riferimento è: Educazione speciale. Dalla teoria all'azione – 19 ottobre 2016 di Angelo Lascioli edizione Franco Angeli
2 Malaguzzi ho fatto riferimento al sito internet: https://www.reggiochildren.it/
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